30/04/18

SALUTI DA CERNOBYL


Pripjat’ - foto di Danilo Elia
Ogni giorno a Pripjat’ arriva un autobus da Kiev, a un paio d’ore di viaggio. Percorre tutto viale Lenin e parcheggia davanti all’hotel Polissja. Lì scarica un gruppo di turisti. Vengono da mezzo mondo. Appena scendono, cominciano a scattare foto. Potrebbe essere una scena comune di una qualsiasi città d’Europa, se non fosse che l’hotel è infestato dai rampicanti, sull’asfalto crescono alberi e la guida turistica al posto della solita bandierina colorata brandisce un contatore Geiger.

Benvenuti a Chernobyl’. In realtà, la città che dà il nome alla centrale è 18 chilometri da qui ed è stata appena toccata dal vento radioattivo. Pripjat’, invece, è a meno di mille metri dal reattore numero 4 o quello che ne resta. L’epicentro del più grande disastro nucleare della storia.

Pripjat’, Ucraina. Prima dell’inferno vivevano qui 50mila persone. Quando il reattore numero quattro esplose dormivano, era l’una e mezza del mattino. Al risveglio si trovarono circondati dai vigili del fuoco accorsi nella notte da tutta l’Urss, ma la notizia non andò oltre le ultime case prima del bosco, per giorni. Fin quando le prime radiazioni non raggiunsero le stazioni di rilevamento in Svezia. Solo allora il Soviet Supremo ammise l’incidente. Mentre il fall-out radioattivo si posava su ogni cosa per sempre, gli abitanti furono costretti evacuare Pripjat’ in poche ore. Per semplificare le cose, ed evitare resistenze, gli fu detto di portare con sé solo il necessario perché sarebbero tornati entro tre giorni. Da allora, nessuno è più tornato a Pripjat’.

Oggi, a trent’anni di distanza, questa città senza più persone è diventata un’attrazione per turisti in cerca di emozioni forti.


Data: 26.04.2018
Fonte: www.balcanicaucaso.org

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