Il blog "Le Russie di Cernobyl", seguendo una tradizione di cooperazione partecipata dal basso, vuole essere uno spazio in cui: sviluppare progetti di cooperazione e scambio culturale; raccogliere materiali, documenti, articoli, informazioni, news, fotografie, filmati; monitorare l'allarmante situazione di rilancio del nucleare sia in Italia che nei paesi di Cernobyl.

Il blog, e il relativo coordinamento progettuale, è aperto ai circoli Legambiente e a tutti gli altri soggetti che ne condividono il percorso e le finalità.

"Le Russie di Cernobyl" per sostenere, oltre i confini statali, le terre e le popolazioni vittime della stessa sventura nucleare: la Bielorussia (Russia bianca), paese in proporzione più colpito; la Russia, con varie regioni rimaste contaminate da Cernobyl, Brjansk in testa, e altre zone con inquinamento radioattivo sparse sul suo immenso territorio; l'Ucraina, culla storica della Rus' di Kiev (da cui si sono sviluppate tutte le successive formazioni statali slavo-orientali) e della catastrofe stessa.

03/10/19

NOVOKEMP 2019 - PRIMO PERIODO


Novokemp, 1° turno 2019 (06-26 giugno)

La prima volta che lessi la parola “Novokemp” fu tra le notifiche che noi studenti dell’università statale di Milano ci ritroviamo nella sezione di Ariel, il portale online degli studenti. La proposta, ammetto, mi aveva subito incuriosita. Non solo per la possibilità così concreta che offriva di partire di lì a qualche mese con un programma già tutto organizzato, ma inoltre si sottolineava come saremmo stati a diretto contatto con i bambini e altri ragazzi russi tre settimane consecutive e per di più a spese facilmente sostenibili. Mi segnai velocemente la data e l’orario dell’incontro e nonostante coincidesse con un’altra importante lezione decisi di andarci. Non volevo persone che mi facessero da tramite, volevo vedere e ascoltare con le mie orecchie.

Ecco, sono una studentessa che frequenta il primo anno di corso di lingua russa perciò non mi spaventai neanche troppo quando non capii praticamente nulla di quello che venne detto dal direttore di Novokemp, Saša. Nel mentre, a intervalli, Stefano, il ragazzo di “Legambiente” che promuoveva il progetto in Università, si intervallava con lui per poter tradurre in italiano per chi come me era in difficoltà. Riuscivo a carpire giusto qualche parola in russo o perché assomigliava alla pronuncia italiana o semplicemente perché rientrava nello stretto vocabolario che avevo acquisito in quei miei primi cinque mesi di studio, ma allo stesso tempo nella mia testa si innescava l’idea che dovevo partire, per forza. Non so perché ma ero convinta che quell’esperienza “full immersion” sarebbe stata fondamentale per migliorare la mia lingua. La ritenevo allora come una scorciatoia che mi avrebbe agevolato sia con l’esame di fine anno sia con lo studio della lingua nell’anno successivo. Ci diedero in seguito informazioni inerenti alla vita che avremmo fatto al campo, alla temperatura che avremmo trovato, alle spese che avremmo dovuto affrontare per il viaggio, ma tutto questo lo ascoltavo come fosse una sinfonia in sottofondo perché nella mia testa già mi immaginavo a Mosca, al campo, a parlare con persone perfettamente sconosciute in una lingua che a malapena sapevo leggere.

Sono una sognatrice, lo sapevo e mi piaceva la cosa, stette di fatto che però tutto divenne realtà e la sera del 3 giugno alle 10.30, con un ritardo di mezz’ora dell’aereo misi per la prima volta piede sul suolo della Federazione russa. Ero felice, entusiasta ma soprattutto elettrizzata. La prima cosa che feci appena passata la dogana fu quella di acquistare una SIM, sapevo che sarebbe stata fondamentale, non solo per vedere la mia posizione nelle mappe, ma soprattutto per avere un traduttore sempre a portata di mano. Tutto fu estremamente semplice e piacevole. Restai affascinata non solo dalla bellezza di Mosca, dalla grandezza delle sue strade, dalla maestosità dei suoi edifici, ma soprattutto dalla disponibilità delle persone. Nonostante le metro non fossero fornite di scale mobili in tutti i punti non ci fu una sola scala che feci portandomi la valigia da sola. Non ci fu volta che, fermando un passante, questo non mi desse amichevolmente indicazioni e consigli e casualmente mi capitò anche di conoscere un ragazzo del posto che non solo mi portò a mangiare piatti tipici russi ma che avendo fatto tardi mi accompagnò fino a dove alloggiavo insistendo perché non tornassi da sola, nonostante fossi a poche centinaia di metri dal centro.

Feci in compenso molta fatica con la lingua, anche in centro a Mosca difficilmente i russi conoscono la lingua inglese e mi ritrovavo a tradurre ciò di cui avevo bisogno con il telefono. Viaggiare in metro, inoltre, essendo le linee molte e molto lunghe non era così intuitivo. Fu per questo forse che camminai così tanto da beccarmi due belle vesciche su entrambi i piedi. Stava di fatto però che, quando il 5 giugno mi raggiunsero Anna, Giulia e Martina per partire poi in direzione di “Novokemp”, ero dispiaciuta di lasciare già Mosca. Ma ci volle poco perché questa sensazione fosse rimpiazzata da un’altra estremamente più positiva: la curiosità.

Arrivammo a destinazione nel mezzo della notte: dopo 7 ore di macchina e con fame e stanchezza addosso. Ma nonostante fossero le due fummo accolte da un gruppo di russi con fare molto festoso. Feci finta di capire tutto quello che gentilmente ci dicevano e, seguendo le altre nella speranza che capissero più di me, cercavo con le poche parole che avevo imparato di arrangiare una frase. Non ce la feci! Così, dopo che Galina ci mostrò le nostre camere, salutammo e cademmo in un sonno profondo.

I venti giorni a Novokemp non furono come me li aspettavo. Non terminai la mia esperienza con la padronanza della lingua, a dire il vero nemmeno riuscivo a capire tutti i discorsi che facevano… fu tutt’altro, fu molto di più.

I primi giorni li definirei dello “stupore”. Iniziai, mentre prendevo confidenza con la nuova realtà, a notare abitudini diverse e allo stesso tempo a paragonare tutto a ciò che avveniva in Italia. La prima cosa sbalorditiva era come i bambini dai sei anni ai quindici si facessero il bucato da soli, come pulissero le loro stanza e si rifacessero il letto ogni giorno. Restai stupefatta poi su quanto ascoltassero. Certo erano bimbi e come era da aspettarsi qualche elemento un po’ più vivace ci doveva essere, eppure al secondo richiamo anche il bambino più scalmanato tornava al suo posto. Era inoltre stato vietato loro l’uso del telefono e non vidi mai un loro telefono in giro, anzi spesso sottovoce mi dicevano di nascondere il mio di telefono che altrimenti rischiavo di essere sgridata. Dal canto mio non potevo fare a meno di paragonarli ai bambini con cui avevo a avuto a che fare in Italia nei campi scuola, o a scout, ai miei cugini tutti più piccoli di me e che ho visto crescere, o anche solo a me stessa bambina. Due realtà completamente diverse. I bambini a cui ero abituata io erano molto meno indipendenti, più piagnucolosi e sicuramente più viziati. Gli elementi più vivaci spesso dovevano essere costretti con piccoli ricatti o minacce di punizioni per fargli fare le attività di gruppo e comunque non bastava perché ricordavo come fosse difficile e quanto mi sgolassi spesso senza risultato. Io stessa non ho infine mai fatto un bucato prima dei vent’anni, quando iniziai a vivere da sola. Ero sbalordita.

Nel frattempo, a parte le attività con i bambini con le altre ragazze, iniziai a prendere confidenza con tutto lo staff, a impararne i nomi e a condividere con ognuno di loro momenti e discorsi. La sera solitamente la passavamo insieme in compagnia di tutto il gruppo di animatori: una volta a costruire castelli di carte, un’altra a ridere di come loro provassero a pronunciare parole in italiano oppure a berci tisane e ad assaggiare cibi russi mentre li ascoltavamo che chiacchieravano del più e del meno, cercando di interagire come meglio potevamo.

Le nostre giornate poi, nonostante avessero una routine che le faceva assomigliare l’una all’altra, furono così intense da desiderare che non finissero mai, o perlomeno non così presto. Il rapporto con i bimbi fu inoltre qualcosa di magico. I primi due giorni ci osservavano da lontano e solo alcuni si avvicinavano per salutarci e chiederci qualche informazione generale come il nostro nome, la nostra età o da dove arrivavamo. Il problema era dopo, quando iniziavano a parlare di altri argomenti e noi puntualmente non capivamo cosa ci stessero chiedendo. Ma è qui che successe qualcosa. Non so come o perché, stava di fatto che spesso non servivano le parole per esprimere gioia, felicità nel conoscersi o per una semplice partita a volley. Si sciolsero quei confini dati dalla lingua e dalle circostanze e spesso con loro bastava una carezza o un abbraccio alle parole. Fu così che dai più piccoli ai più grandi, tutte fummo sommerse di attenzioni, coccole, insegnamenti e bigliettini. Se i bambini per natura sono estremamente affettuosi e disponibili, i bambini russi che conoscemmo noi lo erano ancora di più. Dacché passavamo le ore libere tra di noi e io a studiare grammatica, finimmo puntualmente a passare ore e ore nelle casette dove alloggiavano loro per giocare, chiacchierare, passare ulteriore tempo assieme.

Altro momento molto diverso dalle nostre abitudini era l’ora dei pasti. I pasti erano semplici ma nutrienti e, nonostante il primo giorno bere acqua tiepida aromatizzata alla frutta a pranzo per noi fu un po’ un trauma, alla fine dei venti giorni quando stavamo per andarcene sapevo che mi sarebbe mancata un po’ anche quella. Ma, cibo a parte, una cosa che poi notammo tutte fu come il momento dei pasti, a differenza nostra, fosse molto sbrigativo. I russi non amano stare seduti a tavola a chiacchierare del più e del meno, anzi, spesso neanche fai in tempo a finire di mangiare quello che hai nel piatto che il gruppo con cui sei andato a mangiare si sta già alzando per andarsene. In compenso però, la notte, una volta che i bambini erano stati mandati a dormire, si mangiava fino a tardi… e si beveva fino a tardi. Tisane, birra, kvas, cognac, vino, insomma quello che più ti garbava, come avrebbe detto Martina nel suo impeccabile toscano.

Gli ultimi giorni, infine, furono i più malinconici. I bambini non passava giornata in cui non ci ricordassero il conto alla rovescia alla fine del campo, in cui ci dicevano che gli saremmo mancate e in cui non ci facessero regalini, o ci scrivessero letterine. Io e le altre ragazze dal canto nostro cercavamo di ricambiare in tutti i modi. Passammo il pomeriggio prima dell’ultima sera a scrivere in russo lettere per tutti. Per lo staff che ci aveva fatto sentire come a casa non facendoci mancare nulla, per i bambini, per noi stesse. Ci continuavamo a ripetere che comunque la vacanza non era finita, che ci aspettavano altri due giorni a Mosca, che alla fine non dovevamo essere tristi, ma nell’effettivo il momento dei saluti fu più malinconico del previsto. Saša, Galina, che fu da noi soprannominata “mamma chioccia” per tutte le attenzioni e cure che aveva nei nostri confronti, e gli altri ragazzi con cui passavamo gran parte del tempo ci accompagnarono fino al binario e aspettarono fino a quando il treno non fu partito, mentre noi quattro, malinconiche e in lacrime, salutavamo dal finestrino.

Riassumere così le sensazioni, i pensieri e le vicende vissute è ovviamente estremamente riduttivo. Come riduttivo era il mio obiettivo prima di partire. Partire per un’esperienza simile è sì importante per la lingua ma ciò che ti arricchisce di più è l’anima. In un mondo consumistico a cui siamo abituati ora, a cui io in primis sono abituata, ho non solo provato una vita più semplice che ho apprezzato molto di più della classica vacanza nell’hotel in centro, ma ho anche avuto il piacere di conoscere persone che nonostante la differenza di lingua, di tradizioni e di cultura hanno avuto la capacità di farci sentire a casa, di farci apprezzare lo spirito della loro patria, ma soprattutto di farci amare ancora di più la lingua che stiamo imparando. Grazie davvero. Ci vediamo l’anno prossimo a “Novokemp”. 


Annyka Rossi - 29 anni
 Università Statale di Milano
(sede di Sesto San Giovanni)
Mediazione linguistica e culturale


Nessun commento:

Posta un commento