Il blog "Le Russie di Cernobyl", seguendo una tradizione di cooperazione partecipata dal basso, vuole essere uno spazio in cui: sviluppare progetti di cooperazione e scambio culturale; raccogliere materiali, documenti, articoli, informazioni, news, fotografie, filmati; monitorare l'allarmante situazione di rilancio del nucleare sia in Italia che nei paesi di Cernobyl.
Il blog, e il relativo coordinamento progettuale, è aperto ai circoli Legambiente e a tutti gli altri soggetti che ne condividono il percorso e le finalità.
"Le Russie di Cernobyl" per sostenere, oltre i confini statali, le terre e le popolazioni vittime della stessa sventura nucleare: la Bielorussia (Russia bianca), paese in proporzione più colpito; la Russia, con varie regioni rimaste contaminate da Cernobyl, Brjansk in testa, e altre zone con inquinamento radioattivo sparse sul suo immenso territorio; l'Ucraina, culla storica della Rus' di Kiev (da cui si sono sviluppate tutte le successive formazioni statali slavo-orientali) e della catastrofe stessa.
Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post
02/04/21
18/02/21
25/05/16
WHEN CHERNOBYL’S RADIOACTIVE RESIDUES WERE THOUGHT TO BE IN MUMBAI’S BUTTER
A former secretary of the AERB recalls how safe levels of radionuclides in food items came to be set and the first case in which its limits were tested.

On April 26 this year, the nuclear
industry solemnly observed the 30th anniversary of the catastrophic
accident at the Chernobyl nuclear power plant. While the show was on,
Associated Press reporters refused to drink freshly drawn milk that a
farmer from Belarus had offered them, as they suspected it contained
Chernobyl’s radioactive residues. They tested a sample and found that
the strontium-90 level in it was 10-times above the country’s safe
limit. And their finding that Belarus exports such contaminated products
to Russia did not set the Volga on fire. The AP reporters’ plight
reminded me of India’s tryst with Chernobyl’s radioactive residues in
Mumbai in the ‘Irish butter case’.
In 1987, there were reports that the
fallout from Chernobyl had shown up in foodstuffs in various countries.
Taking into account the possible health impact of contaminated food
items, the Atomic Energy Regulatory Board (AERB) prescribed permissible
levels of radionuclides in imported food items. Incidentally, it was the
first major policy decision the AERB had taken since the government had
set it up, in November 1983.
Initially, there were low-decibel
murmurs that the AERB had no authority to fix the safe limits of
radioactive substances in foods. But mercifully, the critics were
neither stubborn nor persistent.
For many years before the Chernobyl
accident, artificial radionuclides such as caesium-137 from the
atmospheric testing of nuclear weapons had been present in milk and
other dairy products, as well as in food items. From the mid-1950s, the
Bhabha Atomic Research Centre (BARC) has been operating a network of
monitoring stations nationwide for measuring radioactivity in food
items. The technical competence for such measurements already existed in
the country.
Data: 26.05.2016
Fonte: www.thewire.in
29/03/16
CONTROVERSIE SULLE CENTRALI NUCLEARI IN iNDIA
Controversie sulle centrali nucleari in India

Il nucleare civile… parliamone ancora!
Da anni seguo con interesse le vicende dell’India, con particolare
riguardo per le realtà rurali gandhiane tuttora presenti e attive, e per
le testimonianze di resistenza nonviolenta, di matrice gandhiana, verso
la sottrazione di terre, coste, foreste a comunità rurali e indigene
per fare spazio al ‘progresso’ tecno-industriale (www.indiaincrociodisguardi.it).
Tra le controversie socio-ambientali che da alcuni decenni vedono
contrapporsi gruppi sociali e visioni del mondo vi sono due tipologie di
grandi opere indirizzate alla produzione di energia: le grandi dighe e
le centrali nucleari. Sulle grandi dighe il pubblico occidentale ha
avuto – soprattutto fino a una decina di anni fa – un discreto grado di
attenzione, soprattutto grazie agli sforzi comunicativi che alcuni
movimenti di base (ONG, comunità locali, leaders internazionali) avevano
messo in atto. I conflitti sulle dighe nella Narmada Valley, in
particolare, furono ripetutamente menzionati anche dai media
occidentali: la figura carismatica di Medha Paktar, e il sostegno di
scrittici e attiviste come Arundathi Roy e Vandana Shiva riuscirono a
tenere desta, sia pure per poco, l’attenzione del pubblico anche al di
fuori dei confini indiani.
Sulle centrali nucleari il silenzio dei media è stato maggiore:
grazie forse a una maggiore attenzione del governo indiano a zittire il
dissenso, e a un forte interesse dei fautori dell’energia nucleare in
occidente.
Negli ultimi 20 anni sono emersi in India alcuni aspetti problematici
sia sul funzionamento delle centrali in servizio (il problema
dell’acqua, per la gestione ordinaria e nel caso di emergenze; i costi
crescenti di manutenzione, la mancanza di trasparenza nei processi
decisionali, la non accessibilità dei documenti, la mancata
compensazione dei danni alle comunità coinvolte), sia nella
progettazione di nuove centrali (la dimensione del rischio, il problema
dell’approvvigionamento di minerali di uranio, la mancanza di
considerazione e di investimenti per scelte alternative…).
Il rischio di incidenti alle centrali nucleari è reso ancora più
drammatico, in un Paese ad alta densità di popolazione quale è l’India,
dalle difficoltà oggettive di trovare spazi adeguati per ospitare gli
sfollati nei casi in cui si dovesse procedere ad evacuare le aree
circostanti a un impianto.
L’unico caso di controversia che ha avuto una certa rilevanza a
livello internazionale è stato quello sulla centrale di Kulankulam, in
Tamilnadu, dove per molti anni le comunità locali si sono opposte, prima
al progetto e poi durante le fasi di costruzione. Le proteste, espresse
in varie forme ma sempre nonviolente, non sono state ascoltate dal
governo centrale né dai responsabili locali. Il progetto è stato
approvato nel 1988, e la costruzione avviata nel 2002: la centrale di
Kudankulam è stata attivata nel luglio 2013, ed è entrata in servizio
commerciale alla fine del 2014. Da allora è stata fermata più volte per
interventi di manutenzione e per piccoli incidenti: l’ultimo – nel
febbraio 2016 – per una perdita di vapore. Sulla natura e gravità dei
guasti non sono state fornite spiegazioni adeguate al pubblico.
SEQUENZE DI INCIDENTI IN INDIA
16 marzo 2016: il giornale The Indian Express riferisce di un
‘intoppo’ manifestatosi nella centrale nucleare di Kakrapar, nel
Gujarat: una perdita ‘modesta’ e un accumulo di pressione (http://indianexpress.com/article/india/india-news-india/gujarats-kakrapar-incident-minor-leak-and-a-build-up-in-pressure/).
In un lungo e dettagliato articolo l’autore segnala che si tratta del
quarto incidente negli ultimi anni, ed è stato preceduto da un ‘intoppo’
all’impianto nucleare di Kudankulam e due alla centrale atomica del
Rajasthan.
Era trascorso poco più di un mese dalla
pubblicazione (il 4 febbraio 2016) di un lungo e accorato documento
firmato dal Dr. A Gopalakrishnan, che fino a pochi anni prima era stato
il Direttore dell’Atomic Energy Regulatory Board (AERB) indiano: L’India
deve sospendere i suoi piani di espansione nucleare. [India must pause
its nuclear expansion plans: http://www.dianuke.org/why-india-must-pause-its-nuclear-expansion-plans-dr-a-gopalakrishnan/]. In questo articolo Gopalakrishnan affermava: “Le
decisioni sulle centrali nucleari vengono prese da un gruppo ristretto
di persone, interessate soprattutto a trarre profitto dalle loro
decisioni, che impongono la segretezza come se fosse necessaria alla
sicurezza nazionale. Ma questa posizione è falsa, perché si sta parlando
del settore del nucleare civile, che è aperto persino alla IAEA1.”
Lo stesso Gopalakrishnan è intervenuto – dopo l’incidente alla
Centrale di Kakrapar – per sottolineare la mancanza di trasparenza e per
chiedere ai responsabili maggiori informazioni: “E’ possibile che
l’incidente sia stato più grave di quanto ammesso. La condizione di
ignoranza in cui sono tenuti i cittadini sarebbe almeno in parte
rimediabile se fosse permesso in India usare i contatori Geiger: ma qui è
vietato, con la giustificazione della sicurezza nazionale, mentre
altrove i cittadini possono monitorare le radiazioni a difesa della loro
salute” (http://www.dianuke.org/day-5-accident-kakrapar-leak-continues-no-transparency/).
Data: 23.03.2016
Fonte: www.serenoregis.org
Autrice: Elena Camino
Etichette:
Articoli stampa italiana,
Asia,
Contaminazione,
Incidenti nucleari,
India,
Nucleare India,
Radiazioni
Iscriviti a:
Post (Atom)