Il blog "Le Russie di Cernobyl", seguendo una tradizione di cooperazione partecipata dal basso, vuole essere uno spazio in cui: sviluppare progetti di cooperazione e scambio culturale; raccogliere materiali, documenti, articoli, informazioni, news, fotografie, filmati; monitorare l'allarmante situazione di rilancio del nucleare sia in Italia che nei paesi di Cernobyl.

Il blog, e il relativo coordinamento progettuale, è aperto ai circoli Legambiente e a tutti gli altri soggetti che ne condividono il percorso e le finalità.

"Le Russie di Cernobyl" per sostenere, oltre i confini statali, le terre e le popolazioni vittime della stessa sventura nucleare: la Bielorussia (Russia bianca), paese in proporzione più colpito; la Russia, con varie regioni rimaste contaminate da Cernobyl, Brjansk in testa, e altre zone con inquinamento radioattivo sparse sul suo immenso territorio; l'Ucraina, culla storica della Rus' di Kiev (da cui si sono sviluppate tutte le successive formazioni statali slavo-orientali) e della catastrofe stessa.

Visualizzazione post con etichetta Nucleare India. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nucleare India. Mostra tutti i post

02/12/19

ATTACCO HACKER AL NETWORK DI UNA CENTRALE NUCLEARE IN INDIA


Attacco hacker al network di una centrale nucleare in India



Sembra la scena di un film, ma è tutto reale: la Nuclear Power Corporation of India Limited (NPCIL) ha ufficialmente riconosciuto che un malware, attribuito da terzi alla Corea del Nord, è stato trovato sul network amministrativo della centrale nucleare di Kudankulam (KKNPP).
La conferma arriva da un comunicato stampa in cui il direttore associato della NPCIL, AK Nema, ha dichiarato:
“L’identificazione del malware nel sistema NPCIL è corretta. La questione è stata trasmessa dal CERT-In (team nazionale di risposta alle emergenze informatiche in India) il 4 settembre 2019. La questione è stata subito presa in carico dal Dipartimento per l’energia atomica dell’India.
L’indagine ha rivelato che il PC infetto apparteneva ad un utente che era connesso a Internet, utilizzato per scopi amministrativi. Quest’ultimo è fortunatamente separato dalla rete critica di controllo della centrale nucleare”.

Data: 31.10.2019
Fonte: www.systemscue.it

 

10/10/16

NUCLEAR: THE SLOW DEATH OF FAST REACTORS


Nuclear: The slow death of fast reactors

Image: inhabit.com

Fast neutron reactors are “poised to become mainstream” according to the World Nuclear Association. The Association lists eight “current” fast reactors although three of them are not operating. That leaves just five fast reactors ‒ three of them experimental.

Fast reactors aren’t becoming mainstream. One after another country has abandoned the technology. Nuclear physicist Thomas Cochran summarises the history: “Fast reactor development programs failed in the: 1) United States; 2) France; 3) United Kingdom; 4) Germany; 5) Japan; 6) Italy; 7) Soviet Union/Russia 8) U.S. Navy and 9) the Soviet Navy. The program in India is showing no signs of success and the program in China is only at a very early stage of development.”

The latest setback was the decision of the Japanese government at an extraordinary Cabinet meeting on September 21 to abandon plans to restart the Monju fast breeder reactor.

Monju reached criticality in 1994 but was shut down in December 1995 after a sodium coolant leak and fire. The reactor didn’t restart until May 2010, and it was shut down again three months later after a fuel handling machine was accidentally dropped in the reactor during a refuelling outage. In November 2012, it was revealed that Japan Atomic Energy Agency had failed to conduct regular inspections of almost 10,000 out of a total 39,000 pieces of equipment at Monju, including safety-critical equipment.

In November 2015, the Nuclear Regulation Authority declared that the Japan Atomic Energy Agency was “not qualified as an entity to safely operate” Monju. Education minister Hirokazu Matsuno said on 21 September 2016 that attempts to find an alternative operator have been unsuccessful.
The government has already spent 1.2 trillion yen (US$12bn) on Monju. The government calculated that it would cost another 600 billion yen (US$6bn) to restart Monju and keep it operating for another 10 years.

Decommissioning also has a hefty price-tag ‒ far more than for conventional light-water reactors. According to a 2012 estimate by the Japan Atomic Energy Agency, decommissioning Monju will cost an estimated 300 billion yen (US$3bn).


Data: 05.10.2016
Fonte: www.reneweconomy.com.au


25/05/16

WHEN CHERNOBYL’S RADIOACTIVE RESIDUES WERE THOUGHT TO BE IN MUMBAI’S BUTTER


A former secretary of the AERB recalls how safe levels of radionuclides in food items came to be set and the first case in which its limits were tested.

 

Bread and butter. Credit: praveenpn4u/Flickr, CC BY 2.0 
On April 26 this year, the nuclear industry solemnly observed the 30th anniversary of the catastrophic accident at the Chernobyl nuclear power plant. While the show was on, Associated Press reporters refused to drink freshly drawn milk that a farmer from Belarus had offered them, as they suspected it contained Chernobyl’s radioactive residues. They tested a sample and found that the strontium-90 level in it was 10-times above the country’s safe limit. And their finding that Belarus exports such contaminated products to Russia did not set the Volga on fire. The AP reporters’ plight reminded me of India’s tryst with Chernobyl’s radioactive residues in Mumbai in the ‘Irish butter case’.

In 1987, there were reports that the fallout from Chernobyl had shown up in foodstuffs in various countries. Taking into account the possible health impact of contaminated food items, the Atomic Energy Regulatory Board (AERB) prescribed permissible levels of radionuclides in imported food items. Incidentally, it was the first major policy decision the AERB had taken since the government had set it up, in November 1983.

Initially, there were low-decibel murmurs that the AERB had no authority to fix the safe limits of radioactive substances in foods. But mercifully, the critics were neither stubborn nor persistent.
For many years before the Chernobyl accident, artificial radionuclides such as caesium-137 from the atmospheric testing of nuclear weapons had been present in milk and other dairy products, as well as in food items. From the mid-1950s, the Bhabha Atomic Research Centre (BARC) has been operating a network of monitoring stations nationwide for measuring radioactivity in food items. The technical competence for such measurements already existed in the country.


Data: 26.05.2016
Fonte: www.thewire.in

 


 

29/03/16

CONTROVERSIE SULLE CENTRALI NUCLEARI IN iNDIA


Controversie sulle centrali nucleari in India

http://serenoregis.wpengine.netdna-cdn.com/wp-content/uploads/2016/03/koodankulampeople3.jpg 
Il nucleare civile… parliamone ancora!


Da anni seguo con interesse le vicende dell’India, con particolare riguardo per le realtà rurali gandhiane tuttora presenti e attive, e per le testimonianze di resistenza nonviolenta, di matrice gandhiana, verso la sottrazione di terre, coste, foreste a comunità rurali e indigene per fare spazio al ‘progresso’ tecno-industriale (www.indiaincrociodisguardi.it).

Tra le controversie socio-ambientali che da alcuni decenni vedono contrapporsi gruppi sociali e visioni del mondo vi sono due tipologie di grandi opere indirizzate alla produzione di energia: le grandi dighe e le centrali nucleari. Sulle grandi dighe il pubblico occidentale ha avuto – soprattutto fino a una decina di anni fa – un discreto grado di attenzione, soprattutto grazie agli sforzi comunicativi che alcuni movimenti di base (ONG, comunità locali, leaders internazionali) avevano messo in atto. I conflitti sulle dighe nella Narmada Valley, in particolare, furono ripetutamente menzionati anche dai media occidentali: la figura carismatica di Medha Paktar, e il sostegno di scrittici e attiviste come Arundathi Roy e Vandana Shiva riuscirono a tenere desta, sia pure per poco, l’attenzione del pubblico anche al di fuori dei confini indiani.
Sulle centrali nucleari il silenzio dei media è stato maggiore: grazie forse a una maggiore attenzione del governo indiano a zittire il dissenso, e a un forte interesse dei fautori dell’energia nucleare in occidente.

Negli ultimi 20 anni sono emersi in India alcuni aspetti problematici sia sul funzionamento delle centrali in servizio (il problema dell’acqua, per la gestione ordinaria e nel caso di emergenze; i costi crescenti di manutenzione, la mancanza di trasparenza nei processi decisionali, la non accessibilità dei documenti, la mancata compensazione dei danni alle comunità coinvolte), sia nella progettazione di nuove centrali (la dimensione del rischio, il problema dell’approvvigionamento di minerali di uranio, la mancanza di considerazione e di investimenti per scelte alternative…).
Il rischio di incidenti alle centrali nucleari è reso ancora più drammatico, in un Paese ad alta densità di popolazione quale è l’India, dalle difficoltà oggettive di trovare spazi adeguati per ospitare gli sfollati nei casi in cui si dovesse procedere ad evacuare le aree circostanti a un impianto.

L’unico caso di controversia che ha avuto una certa rilevanza a livello internazionale è stato quello sulla centrale di Kulankulam, in Tamilnadu, dove per molti anni le comunità locali si sono opposte, prima al progetto e poi durante le fasi di costruzione. Le proteste, espresse in varie forme ma sempre nonviolente, non sono state ascoltate dal governo centrale né dai responsabili locali. Il progetto è stato approvato nel 1988, e la costruzione avviata nel 2002: la centrale di Kudankulam è stata attivata nel luglio 2013, ed è entrata in servizio commerciale alla fine del 2014. Da allora è stata fermata più volte per interventi di manutenzione e per piccoli incidenti: l’ultimo – nel febbraio 2016 – per una perdita di vapore. Sulla natura e gravità dei guasti non sono state fornite spiegazioni adeguate al pubblico.

SEQUENZE DI INCIDENTI IN INDIA

16 marzo 2016: il giornale The Indian Express riferisce di un ‘intoppo’ manifestatosi nella centrale nucleare di Kakrapar, nel Gujarat: una perdita ‘modesta’ e un accumulo di pressione (http://indianexpress.com/article/india/india-news-india/gujarats-kakrapar-incident-minor-leak-and-a-build-up-in-pressure/). In un lungo e dettagliato articolo l’autore segnala che si tratta del quarto incidente negli ultimi anni, ed è stato preceduto da un ‘intoppo’ all’impianto nucleare di Kudankulam e due alla centrale atomica del Rajasthan.

Era trascorso poco più di un mese dalla pubblicazione (il 4 febbraio 2016) di un lungo e accorato documento firmato dal Dr. A Gopalakrishnan, che fino a pochi anni prima era stato il Direttore dell’Atomic Energy Regulatory Board (AERB) indiano: L’India deve sospendere i suoi piani di espansione nucleare. [India must pause its nuclear expansion plans: http://www.dianuke.org/why-india-must-pause-its-nuclear-expansion-plans-dr-a-gopalakrishnan/]. In questo articolo Gopalakrishnan affermava: “Le decisioni sulle centrali nucleari vengono prese da un gruppo ristretto di persone, interessate soprattutto a trarre profitto dalle loro decisioni, che impongono la segretezza come se fosse necessaria alla sicurezza nazionale. Ma questa posizione è falsa, perché si sta parlando del settore del nucleare civile, che è aperto persino alla IAEA1.

Lo stesso Gopalakrishnan è intervenuto – dopo l’incidente alla Centrale di Kakrapar – per sottolineare la mancanza di trasparenza e per chiedere ai responsabili maggiori informazioni: “E’ possibile che l’incidente sia stato più grave di quanto ammesso. La condizione di ignoranza in cui sono tenuti i cittadini sarebbe almeno in parte rimediabile se fosse permesso in India usare i contatori Geiger: ma qui è vietato, con la giustificazione della sicurezza nazionale, mentre altrove i cittadini possono monitorare le radiazioni a difesa della loro salute” (http://www.dianuke.org/day-5-accident-kakrapar-leak-continues-no-transparency/).


Data: 23.03.2016
Fonte: www.serenoregis.org
Autrice: Elena Camino