Il blog "Le Russie di Cernobyl", seguendo una tradizione di cooperazione partecipata dal basso, vuole essere uno spazio in cui: sviluppare progetti di cooperazione e scambio culturale; raccogliere materiali, documenti, articoli, informazioni, news, fotografie, filmati; monitorare l'allarmante situazione di rilancio del nucleare sia in Italia che nei paesi di Cernobyl.
Il blog, e il relativo coordinamento progettuale, è aperto ai circoli Legambiente e a tutti gli altri soggetti che ne condividono il percorso e le finalità.
"Le Russie di Cernobyl" per sostenere, oltre i confini statali, le terre e le popolazioni vittime della stessa sventura nucleare: la Bielorussia (Russia bianca), paese in proporzione più colpito; la Russia, con varie regioni rimaste contaminate da Cernobyl, Brjansk in testa, e altre zone con inquinamento radioattivo sparse sul suo immenso territorio; l'Ucraina, culla storica della Rus' di Kiev (da cui si sono sviluppate tutte le successive formazioni statali slavo-orientali) e della catastrofe stessa.
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31/12/20
18/04/17
CHERNOBYL, IL VENTO E IL NORDEST
A pochi giorni dal 31° anniversario di Chernobyl, i dati in
costante crescita dei tumori nel nostro nordest e nei Balcani ci
obbligano a pensare. Anche perché l’uranio ci mette 4,5 miliardi di anni
per dissolversi. Ma intanto il vento dell’est continua a soffiare

C’è una strada, là nell’estremo nordest italiano, che collega la
splendida costiera triestina alle pianure e alle colline friulane e più
oltre a quelle del Veneto. La gente del posto la chiama “Il Vallone”,
perché corre come un profondo tunnel senza copertura dove si incanalano e
si stringono, prendendo così ulteriore forza e velocità (effetto
Venturi lo ha battezzato la fisica, lo stesso su cui si basa il
funzionamento dei motori a reazione) i venti di bora. Vi si incanalarono
e la percorsero – quei venti che non hanno né un’agenda di impegni da
rispettare, né tantomeno bisogno di passaporto – anche qualche tempo
dopo il 26 aprile 1986, data che porta con sé anche un nome terribile:
Chernobyl. Sì, succedeva 31 anni fa, in quella che ai tempi si chiamava
Urss. Ricordate la centrale nucleare esplosa?
Portarono da allora, sempre quei venti, il loro soffio gravido di
radioattività. Nessuno ovviamente se ne accorse, perché la radioattività
non ha colore o tantomeno odore. Nessuno nemmeno ci pensò, allora: né
alla bora né al Vallone. “Poveretti – fu il pensiero sincero della gente
di quei luoghi, così come di tutta la gente di buona volontà del resto
del mondo, pensando alle vittime – ma l’Urss è lontana”.
Errore. Perché poi, a partire dai primi anni Novanta, alcune cose
cambiarono, là nel nordest. Leucemie, linfomi e altre terribili forme
tumorali che fino a quella data rientravano nella pur atroce “normalità”
dei range epidemiologici, iniziarono a diffondersi seguendo una curva
iperbolica. Al punto da costringere un ospedale importante e
attrezzatissimo come quello di Udine ad aprire in tempi strettissimi un
reparto dedicato di Ematologia oncologica del quale fino ad allora non
c’era stata fortunatamente necessità.
Data: 09.04.2017
Fonte: www.formiche.net
17/09/15
RITROVATO L’URANIO DI TITO: 400 CHILI DI SCORIE NUCLEARI
Ritrovato l’uranio di Tito: 400 chili di scorie nucleari
Sono i cospicui resti degli esperimenti atomici tentati dalla
Jugoslavia: stoccati in bidoni nel magazzino di un istituto di ricerca
scientifica di Zagabria, erano lì, dimenticati, dagli Anni ’50

Il dottor Stranamore negli anni ’50 del
secolo scorso lavorava a Zagabria. Probabilmente all’istituto Ruder
Boškovi„ della capitale croata nei cui magazzini da almeno 65 anni si
trovano stoccati 400 chilogrammi di uranio 238. La scoperta è avvenuta
nel luglio scorso, quando una società specializzata, la Ekoteh, è stata
chiamata per effettuare operazioni di bonifica. Ebbene, i tecnici sono
rimasti a bocca aperta quando hanno trovato i fusti, alcuni in cattivo
stato e con fuoriuscite di materiale radioattivo, che contenevano
l’uranio di cui nessuno, né all’istituto né al governo, aveva
l’evidenza.
Ma che cosa ci faceva l’uranio in quei magazzini, in
un edificio collocato nel centro di Zagabria? L’ipotesi più concreta è
quella offerta dal professor Franjo Plavši„, chimico e tossicologo il
quale sostiene sulle colonne del Ve›ernji list che probabilmente si
tratta dei resti di un tentativo di produrre armi atomiche a ridosso del
1950, quindi nell’allora Jugoslavia di Tito. «Il tentativo c’è stato -
afferma il chimico - quindi si può pensare che quanto trovato nei
magazzini dell’istituto Ruder Boškovi„ costituisca il materiale residuo
di quell’esperimento abortito».
Data: 06.09.2015
Fonte: www.ilpiccolo.gelocal.it
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