Il blog "Le Russie di Cernobyl", seguendo una tradizione di cooperazione partecipata dal basso, vuole essere uno spazio in cui: sviluppare progetti di cooperazione e scambio culturale; raccogliere materiali, documenti, articoli, informazioni, news, fotografie, filmati; monitorare l'allarmante situazione di rilancio del nucleare sia in Italia che nei paesi di Cernobyl.

Il blog, e il relativo coordinamento progettuale, è aperto ai circoli Legambiente e a tutti gli altri soggetti che ne condividono il percorso e le finalità.

"Le Russie di Cernobyl" per sostenere, oltre i confini statali, le terre e le popolazioni vittime della stessa sventura nucleare: la Bielorussia (Russia bianca), paese in proporzione più colpito; la Russia, con varie regioni rimaste contaminate da Cernobyl, Brjansk in testa, e altre zone con inquinamento radioattivo sparse sul suo immenso territorio; l'Ucraina, culla storica della Rus' di Kiev (da cui si sono sviluppate tutte le successive formazioni statali slavo-orientali) e della catastrofe stessa.

27/07/11

CERNOBYL CON GLI OCCHI DEI TESTIMONI DOPO UN QUARTO DI SECOLO


Nei primi mesi successivi alla tragedia del 26 aprile 1986, alla rimozione delle conseguenze dell’incidente nucleare presero parte più di 300.000 persone da tutta l’URSS, tra cui 200.000 abitanti dell’allora Repubblica socialista sovietica russa.

Da tutte le regioni della Russia, e in particolar modo da quelle adiacenti al luogo dell’incidente, furono inviati d’urgenza quelli che potevano essere in qualche modo d’aiuto: scienziati, medici, minatori, trasportatori e molti altri. Dal Distretto della Russia centrale (le regioni della Russia europea) furono tra i primi a essere precettati. Sebbene in quegli anni si diceva che i liquidatori fossero esclusivamente volontari, in seguito si venne a sapere che moltissimi venivano gettati nella zona pericolosa con un ordine. Nel Distretto centrale non c’era neanche una regione i cui abitanti non avrebbero presero parte alla liquidazione delle conseguenze dell’infausta catastrofe.

Numero di persone che parteciparono alla liquidazione dell'avaria alla centrale di Cernobyl

Regione di Belgorod
circa 3.000
Regione di Brjansk
circa 3.000
Regione di Voronež
circa 3.500
Regione di Kaluga
circa 5.000
Regione di Kursk
circa 3.000
Regione di Lipeck
circa 1.700
Regione di Orël
circa 1.200
Regione di Rjazan’
circa 2.500
Regione di Smolensk
circa 3.000
Regione di Tver’
circa 3.300
Regione di Tula
circa 2.500
Regione di Jaroslavl’
circa 2.000


Oggi, a 25 anni dalla tragedia, moltissimi di coloro che parteciparono a quei gravosi e terribili avvenimenti non sono più tra i vivi. La maggior parte di loro sono morti a causa delle conseguenze dell’irradiazione, cioè per la “sindrome radioattiva”. E la maggioranza di quelli che oggi sono ancora vivi sono invalidi.

Passato un quarto di secolo, i liquidatori descrivono volentieri a tinte forti gli avvenimenti di quei giorni. Alcuni con sarcasmo per la sconfinata stupidità delle autorità e di tutto il regime di allora, mentre altri semplicemente con le lacrime agli occhi, ricordando la propria fatica eroica, i propri “colleghi di lavoro” e in generale tutti quelli a cui toccò portare la mortifera croce di Cernobyl. Si trovano anche di quelli che vogliono raccontare oggi alla gente le cose come stavano nella realtà, e non come le raccontavano alla radio e alla televisione, ad esempio di come i rilevatori che misuravano le radiazioni andassero fuori scala e smettessero di funzionare. Lavorare in quelle condizioni per la preservazione della vita e della salute degli abitanti del pianeta Terra fu una vera impresa. Tratteremo qui di due di tali imprese.

L’IMPRESA SCONOSCIUTA DEI MINATORI

Vladimir Naumov – presidente di “Sojuz Cernobyl” di Tula e del Soviet interregionale di “Sojuz Cernobyl” del Distretto della Russia centrale – racconta quello che dovettero sopportare e compiere coloro che erano capitati nel luogo della liquidazione dell’incidente alla centrale di Cernobyl nei primi giorni dopo lo scoppio del quarto reattore.

In “battaglia” vanno soltanto i migliori, selezionati dal Partito

– Avevo allora 30 anni, – ricorda Vladimir Nikolaevič. – Lavoravo in una delle miniere della regione di Tula. Non appena ebbe luogo l’incidente per la sua liquidazione cominciarono ad arruolare i minatori. Ci misero davanti un compito gravoso e importante del quale praticamente nessuno sapeva niente.

Comincio col dire che tra i minatori a Cernobyl andarono soltanto i migliori scavatori, volontari, che passarono una severa selezione del Partito comunista! Alla centrale nucleare ci portarono 18 giorni dopo lo scoppio del reattore.

Il giorno stesso dell’arrivo – subito un turno di lavoro. Ci venne dato il compito di aprire un tunnel sotterraneo di 150 metri dal terzo reattore fino al quarto saltato in aria. E dopo sotto lo stesso quarto reattore di “allestire”, scavare una sorta di cella della misura 30x30x30. In quello spazio si dovevano installare frigoriferi speciali. Era sottinteso che essi sarebbero serviti a raffreddare le sostanze venutesi a formare in seguito all’esplosione e a fermare almeno un po’ le emissioni radioattive.

Ci diedero una scadenza di tre mesi, ma noi terminammo tutto in meno di un mese. Come lavorassero i minatori a Cernobyl, lo mostravano anche agli altri, organizzavano delle visite. Ci si strappava le pale l’un l’altro! Arrivava il cambio, e quelli del turno precedente a dire: «È presto!». E quegli altri, a loro volta: «No, son già 2 minuti che è il nostro turno!». C’era entusiasmo a bizzeffe. Perché a quei tempi l’ideologia era sovietica, l’educazione era un’altra. «Chi altri se non noi?», era il celebre slogan di allora.

30 chilometri morti

Negli intervalli tra i turni Vladimir Nikolaevič riuscì alcune volte a venire all’esterno, sopra la terra, nella zona immediatamente più contaminata. Dal quadro di ciò che succedeva intorno alla centrale che Vladimir Naumov ci ha descritto a volte veniva la pelle d’oca:

– I miei ragazzi il reattore non lo videro manco una volta, in quanto lavoravano sottoterra, io invece ne ebbi l’occasione. Era del tutto inconsueto non vedere neanche un’anima viva nella zona dei 30 chilometri (è questa la zona speciale intorno al reattore esploso nella quale è proibito stare a causa dell’elevato livello delle radiazioni; vi lasciavano passare soltanto i liquidatori con speciali lasciapassare). E i villaggi in quei luoghi erano ricchi: case in mattone, fattorie. E non cerano persone! Non cera niente e nessuno! Le porte spalancate, in un campo c’era un trattore, lasciato lì di tutta fretta. Solamente i cani all’inizio correvano e guaivano, ma anche loro in seguito furono abbattuti tutti.

Una volta andammo a prendere il carburante per i mezzi di trasporto. Io non facevo molto caso alla strada, ma con noi c’era un dosimetrista. Faceva scattare il suo apparecchio dosimetrico, misurava di continuo le radiazioni. E a un certo punto… il suo apparecchio andò fuori scala. Io guardai fuori del finestrino – stavamo passando accanto al reattore saltato in aria. Tutto era rivoltato, un mucchio di gente stava lavorando lì intorno. A proposito, misuravano le radiazioni anche nel nostro tunnel, e là era più o meno tutto nella norma. Relativamente, s’intende, a confronto di quello che c’era all’esterno. La terra nonostante tutto proteggeva un po’, e sotto tutta la centrale c’era inoltre un’enorme lastra di cemento.

«Gli stacanovisti si riposano in confronto ai minatori di Cernobyl»…

Ritorniamo sotto terra.

Ci stabilirono turni di 3 ore! – con trasporto prosegue il minatore Vladimir Naumov. – In condizioni normali, non straordinarie, in 3 ore si fanno 80 cm di tunnel. A Cernobyl se ne facevano 2 metri, e tutto con puro entusiasmo. Stachanov si riposa in confronto a quei minatori. Sono fatti così i minatori, si capiscono l’un l’altro al volo. Così come i sommergibilisti sott’acqua, i paracadutisti nell’aria, anche i minatori sotto terra in condizioni fuori dal comune per l’uomo sono molto uniti.

Tre reparti eseguivano il compito. Per due settimane ciascuno. Il primo reparto scavò in pratica il tunnel, il secondo lo ultimò e cominciò a scavare la cella, mentre il terzo la terminò e aiutò a montare i frigoriferi. Quegli impianti sono rimasti fino a oggi – sopra il reattore il sarcofago di cemento, sotto il reattore la cella frigorifera.

Dunque, mentre scavavamo la cella, il terreno veniva portato fuori in un vagoncino (nel tunnel vennero subito messi dei binari). Il nostro vagoncino portava circa mezza tonnellata. Immaginatevi che durante tutto un turno si trasportavano 90 vagoncini, una volta si arrivò perfino al record di 96! E ora fate un po’ il conto – 3 ore sono 180 minuti. Vale a dire, 2 minuti per ogni passaggio. Cioè, per caricare mezza tonnellata, spingere sui binari il vagoncino per 150 metri, scaricarlo e rimandarlo indietro. E lo spingevano in due, però lo caricavano in cinque o sei, a mano, con le pale.

– Possibile che non ci fosse alcuna ricompensa materiale? Non vi pagavano per il vostro lavoro?

– Ci pagarono in seguito. All’inizio noi non sapevamo nemmeno che venissero date disposizioni segrete del CC del PCUS per una paga speciale per chi lavorava alla liquidazione. Venivano stabilite tre zone – più vicino si era al reattore, più elevata era la paga. Noi lavoravamo nell’ultima, la terza, la più pericolosa. Prendevamo uno stipendio quintuplo – 100 rubli per ogni turno. Tali disposizioni erano state date a molti ministeri. Ma non certo tutti le applicavano. Ad esempio, dicono, il Ministero della Difesa pagava i “partigiani” uno stipendio standard, come per delle normali esercitazioni militari.

Portammo a termine il nostro compito – e a casa. Si trattò in realtà di alcune settimane, ma la sensazione era come se avessimo passato là degli anni. Tuttora è tutto fresco nella memoria. E la primavera scorsa siamo persino tornati là. A ricordare, per così dire, a onorare la memoria dei defunti, a vedere quello che era cambiato.

E cosa è cambiato? Cosa c’è oggi a Cernobyl?

– Un territorio chiuso in cui non ci vive praticamente nessuno, soltanto gli “autoinsediatisi”. Anche se presso la centrale stessa ci stanno varie ditte. Ad esempio, si occupano dei metalli.

– E le radiazioni?

– Be’, nell’aria ora è tutto nella norma. Le radiazioni non sono più tanto terribili come quelle che penetrarono allora nel terreno. Ad esempio lo stronzio. Esso ha un periodo di dimezzamento fino a 1.000 anni. Se ne sta nella terra sulla quale cresce l’erba che mangiano gli animali locali. Quella terra, dicono gli scienziati, non va nemmeno sfiorata, altro che non utilizzarla per il cibo. E inoltre ci scorrono le acque sotterranee, le quali portano benissimo le radiazioni.

A proposito, alla lotta con queste acque sotterranee contaminatissime si potrebbe dedicarci un libro. Per giunta satirico, anche se l’umorismo qui ovviamente è del tutto fuori luogo. È sufficiente ascoltare il racconto di un altro nostro interlocutore, l’ufficiale della riserva Aleksandr Voevodskij. A Cernobyl lui era istruttore politico di compagnia del battaglione dei cosiddetti “partigiani”. Questi erano coloro che venivano richiamati nell’esercito più di una volta: alle esercitazioni, in guerra oppure, come allora, per la liquidazione delle conseguenze di un incidente di estrema gravità. Pure le loro azioni nella zona dei 30 chilometri furono un’impresa.

L’IMPRESA DI SISIFO DEI “PARTIGIANI”

– Nella “zona dei 30 chilometri”, – racconta Aleksandr Lavrent’evič, – noi eseguivamo un compito molto importante, come ci dissero, ma inutile, come poi risultò. Inutile perché mentre già lo eseguivamo ci dissero che l’avevamo iniziato per niente, e decisero di rinunciare ad andare avanti coi lavori. Una fatica di Sisifo, a suo modo.

Ecco, ci sono perfino delle testimonianze (apre un album consunto, e dunque caro al cuore). Ci assegnarono il compito di scavare il tracciato di una parete nel terreno intorno all’area di produzione e a tutte le strutture tecniche. 10 chilometri di perimetro intorno alla centrale nucleare. In parole povere, bisognava scavare una trincea di 90 cm di larghezza e 40-45 metri di profondità! Fino allo strato naturale di argilla. Dopodiché tale trincea sarebbe dovuta essere riempita di un impasto di argilla e acqua, l’acqua ne sarebbe uscita e si sarebbe ottenuta una parete d’argilla. In modo che, teoricamente, le acque sotterranee provenienti dalla centrale non penetrassero attraverso questa parete. Questo è ciò che ritennero allora gli scienziati. In pratica, ecco ciò che si ottenne.

Furono acquistate delle attrezzature molto care – delle macchine italiane dal costo, secondo i miei dati, di circa un milione e mezzo di dollari l’una. Ne vidi personalmente come minimo cinque. Si trattava di una sorta di gru, ma con un braccio telescopico di 100 metri. All’estremità c’era una benna. Noi a poco a poco stavamo penetrando nella terra a una profondità di 40 metri. Passo dopo passo, ma questa benna magica aveva un passo di poco più di un metro. Nell’arco di una giornata (giorno e notte) su di una macchina lavoravano quattro turni di sei ore. Ogni turno avanzava di due metri. Con un semplice calcolo si può calcolare che se in un giorno si facevano 8 metri per coprire la distanza di 10.000 metri ci sarebbero voluti 1.250 giorni d lavoro ininterrotto. Perfino facendo funzionare tutte le cinque macchine, cosa che succedeva piuttosto raramente a causa dei guasti e degli ostacoli nel terreno, per completare la trincea ci sarebbero voluti 250 giorni. E in quell’arco di tempo, naturalmente, le radiazioni sarebbero penetrate nelle acque sotterranee milioni di volte. Comunque, ce l’avevano ordinato, e noi eseguivamo. Ma poi, come al solito, non bastavano né il tempo, né le risorse. Piantammo lì tutto, dopo aver scavato circa due chilometri in tutto.

– Voi lavoravate all’aperto nelle immediate vicinanze del reattore, la fonte delle radiazioni. Vi davano degli indumenti speciali?

– Nel primo periodo (per circa un mese) ci davano delle tute speciali. Esse erano in tessuto di jeans e impregnate di una soluzione speciale. Se ci capitava sopra un elemento radioattivo, per esempio un pezzetto di fango in cui c’erano le radiazioni, il colore della tuta diventava giallo. Questi indumenti speciali dopo ciascun turno di lavoro venivano buttati via. Ma di tute, come sempre, ce n’era una quantità molto limitata. E già dopo un mese noi lavoravamo nella più consueta uniforme da soldato. Di queste, grazie a Dio, ce n’erano a sufficienza. Non appena cominciava a “risplendere”, la buttavamo (il livello di radiazioni delle uniformi veniva controllato ogni giorno. Quando arrivava a una determinata norma, si diceva che l’uniforme “risplendeva”).

E i dosimetri, a sentire Aleksandr Voevodskij, ne indicavano parecchie! Quando i “partigiani” lavoravano nella zona accanto al reattore, i dosimetri qualche volta indicavano 100 milliroentgen/h, ma arrivavano anche a 500 milliroentgen/h. Per informazione, questo è circa 10.000 volte maggiore della norma di fondo radioattivo stabilita per l’uomo. E nelle prime ore che seguirono all’esplosione, secondo i dati degli scienziati, dal reattore fuoriuscivano radiazioni per più di 5.000 roentgen/h. Si ricorda che a 200 roentgen/h si manifesta il primo livello di sindrome radioattiva.

In forza della sua mansione di “istruttore politico”, Aleksandr Lavrent’evič aveva una macchina fotografica. E ci ha mostrato alcuni scatti interessanti. Per la verità nella “zona dei 30 km” era categoricamente proibito fare fotografie. Testimoni raccontano che su questo vigilavano appositamente gli agenti del KGB. Questi ultimi venivano sostituiti tutti i mesi, a differenza dei liquidatori comuni che restavano a Cernobyl fino a che non avevano ricevuto una determinata norma di radiazioni. Convenzionalmente non pericolosa, come dicevano. Ciascuno per il controllo delle radiazioni aveva un dosimetro personale. Periodicamente li ritiravano e controllavano il livello di radiazioni a cui ciascuno era arrivato in quel momento. Tutti i dati venivano trascritti in un registro. Non appena veniva raggiunta la norma limite stabilita, il liquidatore veniva lasciato andare a casa. I primi mesi la norma era di 25 roentgen. E si tenga conto che per i lavoratori della centrale nucleare il livello limite ammesso era di 5 roentgen all’anno! In seguito la norma gradatamente venne abbassata a 15 roentgen. Alcuni questa norma la ricevevano in sei mesi, altri in mezzora. Il fatto è che tutto intorno emanava fondo radioattivo – piante, oggetti quotidiani, alberi, case. Della ripulitura delle ultime cose rimaste all’interno delle proprietà se ne occupavano sempre i “partigiani”. Loro stessi in quei casi si definivano scherzando “topi d’appartamento”. Ripulivano gli appartamenti di tutto quello che vi trovavano dentro, al 100%, lasciando solo le pareti nude. Tutti questi beni venivano trasportati in dei cimiteri speciali e poi interrati. Gli oggetti metallici e i mezzi di trasporto (le cose che attraevano più radiazioni) in primo luogo. Questi ultimi era assolutamente proibito portarli oltre i confini della “zona dei 30 chilometri”.

In seguito allo scoppio del reattore e alla conseguente fuoriuscita di radiazioni, secondo i calcoli degli scienziati 700 tonnellate di grafite radioattiva si era sparsa per il territorio della centrale nucleare di Cernobyl. Per il semplice fatto di trovarsi là, le persone s’irradiavano, senza neanche accorgersene. Infatti percepire le radiazioni senza dosimetro è impossibile. Le dosi eccessive hanno cominciato a farsi sentire in seguito, dopo mesi e anni, quando nell’organismo della maggior parte dei liquidatori di Cernobyl sono cominciate a comparire diverse disfunzioni. Alcune tra le più diffuse sono malattie oncologiche.

Data: 15.12.2010
Fonte: www.vtule.ru
Autore: Dmitrij Levin
Traduzione: S.F.


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